Walter Meregalli – Fotografo

“Nelle mie storie si parla di paesi attraverso le immagini di volti, attività, espressioni. Sono molto convinto che chi abita un luogo lo caratterizzi.”

 

Walter è un fotografo di professione. Il suo lavoro si svolge all’interno di uno studio di fotografia e comunicazione. Da 6 anni a questa parte organizza phototour dedicati a chiunque voglia imparare a fare reportage di viaggio. Attraverso la sua guida si verrà accompagnati in una avventura aperta non solo ai professionisti ma anche a coloro che sono alle prime armi. Il viaggio diventa così arricchimento e scoperta di una forma artistica in grado di restituire sensazioni e ricordi in immagini: la fotografia. 

 

Come funzionano i tuoi gruppi di viaggio?

Se tu vieni con me puoi fare quello che vuoi, se non altro, hai il vantaggio che ti porto in posti che conosco e in una condizione che dal punto di vista fotografico è conveniente. So, per esempio, quando è il momento giusto per andare in un determinato punto dove ci può essere un tipo di luce che permette di fare certe inquadrature; poi se qualcuno ha bisogno di delucidazioni, di migliorare, capire, io sono a disposizione per dare consigli. Non faccio una lezione, ma in alcuni viaggi lunghi, per spezzare il ritmo, metto a disposizione un workshop gratuito. Si tratta di un giorno che io chiamo di “decompressione” perchè quando si viaggia in certi paesi a volte è bello fermarsi in un bel posto e non muoversi. In quel giorno io tengo il mio workshop. Chi vuole partecipa, chi non vuole fa altro e il giorno dopo si riprende il viaggio.
Diciamo che questa è una attività che mi piace molto in cui riesco a fotografare, insegnare la fotografia e viaggiare. Ho accumulato i tre aspetti della mia professione che mi piacciono.

 

 

"Geeta e la sua amica a pesca di rupie sulla spiaggia di Marina beach - Chennai"
“Geeta e la sua amica a pesca di rupie sulla spiaggia di Marina beach – Chennai”

 

Come nasce il progetto?

Voglio essere molto onesto. Da una decina di anni la tipologia di lavoro che noi facciamo dal punto di vista creativo viene sempre meno pagata e richiesta perchè la rivoluzione digitale ha allargato la base anche ai non professionisti. Io non sono preoccupato di questo nel senso che il cliente, che è in grado di distinguere la qualità, sa da chi andare, però è innegabile che la concorrenza di primo livello si sia allargata moltissimo. Ho sempre viaggiato nella mia vita e in particolare sono molto appassionato della montagna. Ho cominciato a pensare che avrei potuto unire questi due miei forti interessi e fornire un servizio nuovo: dei workshop itineranti.

 

 

Jama Masjid- Delhi
Jama Masjid – Delhi

 

Che formazione hai?

Sono laureato in comunicazione. La fotografia è la mia passione. Ho cominciato a fotografare da piccolo grazie ad una conoscenza di mio padre che poi ho scoperto solo dopo essere un nome molto quotato. Pietro Donzelli mi spiegava cosa fare, mi seguiva, per gioco. Eppure da lì non ho più smesso di fotografare e con il passare degli anni questa passione è diventata parte della mia attività professionale. Negli ultimi anni ho inserito il viaggio e i gruppi nel ventaglio di proposte.

 

Che soggetti prediligi nelle tue foto?

Amo il ritratto. Credo anche molto nello Storytelling fotografico. “Storytelling” oggi è una parola ampiamente abusata, ma se andiamo alla radice del nome vuol dire “raccontare storie”. Al di là del fatto che mi piace scrivere e raccontare storie anche con altri mezzi, mi rendo conto che la fotografia è ottima per raccontare e la sto facendo diventare il mezzo principale. Nelle mie storie si parla di paesi attraverso le immagini di volti, attività, espressioni. Sono molto convinto che chi abita un luogo lo caratterizzi.
C’è stata una esperienza che mi ha fatto crescere come fotografo: ero in Nepal e ho incontrato un fotografo canadese molto famoso che vedendo delle mie foto di paesaggi mi disse che nonostante fossero belle, quelle foto le avrebbe potute fare chiunque. Se invece avessi inserito un elemento umano, questo avrebbe determinato un certo tipo di visione che sarebbe stata mia e solo mia. Su questo ci ho ragionato e ho cominciato a modificare il mio approccio capendo che anche i luoghi possono essere raccontati attraverso i volti e le attività umane.

 

 

"Una sera qualunque in un quesrtiere popolare di Shangai"
“Una sera qualunque in un quertiere popolare di Shangai”

 

Come ti approcci alle persone che decidi di fotografare?

Può capitare che faccia degli scatti rubati ma è molto poco nel mio stile. La Street photography non mi interessa più di tanto. La mia tipologia di scatto è più un ritratto posato, un ritratto ambientato dove chiedo. A volte vado anche al di là del solo chiedere. Se riesco e se ho tempo provo a instaurare un rapporto, a scambiare delle parole, magari a chiedere di andare a prendere qualcosa da bere in uno dei posti tipici per poi tornare a fare la foto. Non è una regola, può capitare, ma difficilmente rubo un ritratto e quasi sempre chiedo e a volte lo pago pure perchè mi sembra giusto.  L’importante è instaurare un rapporto e mostrare rispetto verso le persone che ritraggo. Mai metterle nella condizione di far fare loro quello che noi vogliamo per avere una bella foto. Non sono animali da circo, sono esseri umani che hanno una loro dignità, anche quando si ha a che fare con i più poveri. Purtroppo non tutti i fotografi lo capiscono.

 

 

 

Come reagiscono le persone quando si vedono nelle tue foto?

Dipende dal tipo fotografia che sto portando a termine: se è a fine commerciale cerco di fare un ritratto che sia compiacente nei confronti di quello che è il cliente. Se invece è un ritratto che fa parte di un mio reportage allora qualcuno si piace, qualcuno non si piace. In certe zone del mondo, come nel sud est asiatico, c’è una grandissima curiosità nei confronti della fotografia, c’è voglia di vedere e di vedersi. Quando vado nel Maghreb è invece molto difficile fotografare i visi per per una questione religiosa, ma anche di carattere. I marrocchini non amano farsi ritrarre e quindi si cade in un doppio problema. In India il problema non esiste, anzi, ci sono delle situazioni dove addirittura sono loro che chiedono di essere fotografati per poi voler vedere la foto. Poi ci sono i bambini. Questa è una delle parti più belle. I bambini ti assalgono, vogliono vedere, provare. Con loro si instaura un rapporto che ti da molto.

 

Racconta di un’esperienza significativa.

Una esperienza che ho fatto ultimamente è stato conoscere delle insegnanti che lavorano in una scuola dove andavo quando ero ragazzino. Ho chiesto loro di organizzare un workshop di introduzione alla fotografia. Al progetto hanno partecipato 3 classi che sono state divise in gruppi. Ogni gruppo aveva il compito di testimoniare un aspetto del quartiere. La mia idea era quella di associare la fotografia al valore della memoria creando dei reportage per le generazioni future. Ho spiegato che quel quartiere, in cui io ho vissuto quando ero piccolo, è cambiato molto rispetto a come era prima, era molto disagiato; ora è semplicemente un quartiere della periferia di Milano. Mi sembrava un tema difficile per dei ragazzini di 8-9 anni, in realtà sono rimasto sconvolto. Incredibile è stata la loro scelta dei soggetti. Un gruppo ha scelto di fotografare gli stranieri. Quando ho chiesto il perchè di questa decisione la risposta è stata: <Gli stranieri sono gli italiani del futuro>. Quando certe parole vengono dette da un bambino capisci che il problema va ben oltre a quello dell’integrazione. Questa è una intuizione ben più radicata.

 

 

Pasticcere a Jodhput
Pasticcere a Jodhput

 

Ci sono fotografi a cui ti ispiri?

Ce ne sono moltissimi. Per quanto riguarda il reportage, la Street photography e il ritratto adoro Raghu Rai, Berengo Gardin o Ferdinando Scianna. Per quanto riguarda invece la fotografia di viaggio nel senso stretto del termine non posso non ammirare Steve McCurry. Mi rifacevo a lui soprattutto agli inizi per una scelta di colore e anche perchè quando fotografi in India è inevitabile avere come riferimento lui. Per una questione di tecnica mi ispiro a Joe McNally, un fotografo americano che è un mago nella fotografia flash. Adoro Ami Vitale e poi ce ne sono molti altri.

 

Progetti per il futuro?

Ho scoperto che tutto quello che ha una deriva sociale, che può diventare qualcosa di utile, mi stuzzica tantissimo. Ho un po’ di progetti nel cassetto che poi avranno una ricaduta sociale. Qualcuno può decidere di raccontare delle realtà per farci dei soldi, altri possono invece decidere di farlo per raccogliere dei soldi. Sono due approcci diversi. Non dico che non mi piacerebbe guadagnare, ma non è questo il canale su cui vorrei puntare a questo obiettivo.

 

Qui il blog di Walter Fotografiafacile.net

Qui la pagina fb Fotografia in viaggio di Walter.